Il presente blog propone estratti dai libri e dagli scritti di Joseph Ratzinger.

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Substance and Foundation of Devotion to the Sacred Heart - (Excerpt from Behold The Pierced One)

The Mystery of Easter*

Substance and Foundation of Devotion to the Sacred Heart

Excerpt from: Joseph Ratzinger, Behold The Pierced One, Ignatius Press, San Francisco 1986. 


1. The Crisis in Devotion to the Sacred Heart In the Age of Liturgical Reform

Although the encyclical Haurietis aquas was written at a time when devotion to the Sacred Heart was still alive in the forms of the nineteenth century, a crisis in this kind of devotion was already clearly detectable. More and more, the spirituality of the liturgical movement was dominating the Church’s spiritual climate in Central Europe; this spirituality, drawing its nourishment from the classical shape of the Roman liturgy, deliberately turned its back on the emotionalistic piety of the nineteenth century and its symbolism. It saw its model in the strict form of the Roman orationes, in which feeling is restrained and there is an extreme sobriety of expression, free of all subjectivity.

Along with this went a theological cast of mind which wanted to steer entirely by Scripture nd the Fathers, fashioning itself equally strictly according to the objective structural laws of the Christian edifice. The more emotional emphases of modern times were to be subordinated once more within this objective form. This meant, first and foremost, that Marian piety as well as those modern forms of prayer of a christological stamp, the Stations of the Cross and devotion to the Sacred Heart, had to retire into the background or else look for new modes of expression.

Nel cuore di Gesù è posto davanti a noi il centro del cristianesimo. Questo cuore invoca il nostro cuore. Ci invita a uscire dal vano tentativo di autoconservazione ed a trovare nell’amore reciproco, nella donazione di noi stessi a Lui e con Lui, la pienezza dell’amore, che sola è eternità e che sola mantiene il mondo

Joseph Ratzinger, Mistero pasquale e devozione al Cuore di Gesù, Apostolato della Preghiera, Roma 2010, pp. 30-36 


b) Ma come stanno le cose presso i Padri?
Secondo Auguste Hamon il primo millennio non dice nulla sul tema del «cuore di Gesù». Sembra che questa espressione appaia per la prima volta in Anselmo di Canterbury, senza però che abbia trovato il suo significato specifico [nota 1].
Con i suoi studi sull’interpretazione patristica di Gv 7,37-39 e Gv 19,34 Hugo Rahner ha incluso i Padri nella storia della devozione al Cuore di Gesù; resta però il problema – come abbiamo fatto già notare – che i Padri non usano il termine «cuore» in questo contesto. Ora è vero che l’espressione «Cuore di Gesù» [30] apparentemente non compare nei Padri, ma essi, al di là di quanto ha detto Hugo Rahner, forniscono un’importante fondazione alla devozione al Cuore di Gesù attraverso ciò che potremmo chiamare la loro teologia e fìlosofia del cuore.

Il ​cuore trafitto del Crocifisso è il compimento letterale della profezia del cuore di Dio, che capovolge la sua giustizia per compassione, e proprio così rimane giusto

Joseph Ratzinger, Mistero pasquale e devozione al Cuore di Gesù, Apostolato della Preghiera, Roma 2010, pp. 25-30


2.3. Antropologia e teologia del cuore nella Bibbia e nei Padri

Con ciò che abbiamo detto abbiamo mostrato che la devozione cristiana include i sensi, che ricevono il loro ordine e la loro unità dal cuore, e include i sentimenti, che hanno nel cuore il loro centro. Abbiamo mostrato che questa devozione centrata nel cuore corrisponde all’immagine del Dio cristiano, che ha un cuore. Abbiamo mostrato che tutto questo in definitiva è espressione e interpretazione del mistero pasquale, nel quale la storia d'amore di Dio con l'uomo trova la sua ricapitolazione.

Ora però dobbiamo chiederci: una tale accentuazione del termine «cuore» corrisponde non soltanto al contenuto, ma anche al linguaggio della tradizione?

Infatti, se il concetto di cuore è così fondamentale come lo abbiamo descritto, anche come vocabolo esso deve trovare almeno un sostegno fondamentale nella Bibbia e nella tradizione. A questo riguardo vorrei presentare infine due osservazioni.

Dio è uno che soffre perché è uno che ama; la tematica del Dio sofferente deriva dalla tematica del Dio che ama, e rinvia continuamente ad essa. Il vero superamento del concetto antico di Dio da parte di quello cristiano sta nel riconoscimento che Dio è amore

Joseph Ratzinger, Mistero pasquale e devozione al Cuore di Gesù, Apostolato della Preghiera, Roma 2010, pp. 16-24.


2.2 L’importanza dei sensi e del sentimento per la devozione

Con quanto abbiamo appena detto abbiamo già ricordato la conclusione essenziale che l’Enciclica [Haurietis aquas] trae dalla sua teologia della corporeità e dall’incarnazione: per rendersi conto del mistero di Dio, l’uomo ha bisogno di guardare, di quel fermarsi a guardare che diventa toccare. Egli deve salire la «scala» del corpo, per trovare su di essa il cammino al quale lo invita la fede.

A partire dalla problematica attuale si potrebbe dire: la cosiddetta devozione oggettiva, basata sulla partecipazione alla celebrazione della liturgia, non basta. Lo straordinario approfondimento spirituale che la mistica medievale e la grande devozione ecclesiale dell’età moderna hanno prodotto, non può, in nome di una riscoperta della Bibbia e dei Padri, essere messo da parte come superato o addirittura come erroneo. La liturgia stessa può essere celebrata in conformità alla sua particolare esigenza solo se è preparata e accompagnata dal «sostare» [16] meditativo nel quale il cuore comincia a vedere e comprendere, e così anche i sensi sono inclusi nella visione del cuore.

Infatti «solo con il cuore si vede bene», come fa dire Saint-Exupéry al suo piccolo principe, che può essere preso anche come un simbolo di quel «diventare come bambini» che dalla dotta follia del mondo degli adulti ritorna alla vera realtà dell'uomo, che sfugge al puro intelletto.

Noi tutti siamo Tommaso, l'incredulo; ma noi tutti possiamo, come lui, toccare il Cuore scoperto di Gesù; quindi toccare, guardare il Logos stesso, e così, con la mano e gli occhi rivolti a questo cuore, giungere alla confessione di fede: «Mio Signore e mio Dio!»

Joseph RatzingerMistero pasquale e devozione al Cuore di Gesù, Apostolato della Preghiera, Roma 2010, pp. 12-16

2. Elementi per una nuova fondazione della devozione al Cuore di Gesù a partire dall’enciclica Haurietis aquas

Queste domande dopo il Concilio hanno portato alla considerazione che tutto ciò che era stato detto prima della riforma liturgica poi sia decaduto. Così esse hanno causato realmente un’ampia scomparsa della devozione al Cuore di Gesù. Questo è senza dubbio un fraintendimento del Vaticano II: l’enciclica Haurietis aquas aveva già dato una risposta a queste domande, una risposta che viene presupposta e che non è stata superata dalla riforma liturgica del Concilio.

Così non è solo la circostanza esterna del venticinquesimo anniversario della pubblicazione di questa Enciclica che ci spinge a riflettere di nuovo sul suo messaggio, ma lo esige la situazione stessa della devozione nella Chiesa. Nelle mie riflessioni vorrei semplicemente cercare di riprendere le risposte essenziali dell’Enciclica a queste domande, e chiarire ed esplicitare un po’ di più il suo modo di procedere, alla luce del successivo lavoro teologico.

«Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19, 37): il mistero pasquale e la devozione al Sacro Cuore di Gesù

Joseph Ratzinger, Mistero pasquale e devozione al Cuore di Gesù, Apostolato della Preghiera, Roma 2010, pp. 7-11.


1. La crisi della devozione al Cuore di Gesù nell’epoca della riforma liturgica

L'enciclica Haurietis aquas fu scritta in un momento nel quale la devozione al Cuore di Gesù era ancora viva nelle forme proprie del secolo XIX, ma era già chiaramente percepibile una crisi di questo tipo di devozione.
La spiritualità del movimento liturgico dominava sempre più il clima spirituale nella Chiesa nell'Europa centrale, ma questa spiritualità, che si nutriva del modello classico della liturgia romana, significò un deciso allontanamento dalla devozione sentimentalistica del secolo XIX e dal suo simbolismo. Assunse la sua norma dalla forma austera delle orazioni romane, nelle quali il sentimento è controllato e s’impone la più grande disciplina di un’espressione che si è liberata da ogni soggettivismo.