4. La legge della
sovrabbondanza
Nelle
affermazioni etiche del Nuovo Testamento c’è una tensione che sembra insormontabile:
tra grazia ed éthos, tra un totale senso di inutilità
e un altrettanto totale sentirsi sotto pressione, tra una completa passività,
tipica di chi riceve tutto gratuitamente perché non è in grado di fare nulla, e
contemporaneamente un totale dover-spendersi, sino all’inaudita richiesta:
«Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).
Se, in questa eccitante polarità, si cerca però un
centro unificante, ci si imbatte continuamente – soprattutto nella
teologia paolina, ma anche nei primi tre vangeli – nella parola “sovrabbondanza” (perísseuma), nella quale il discorso
sulla grazia e quello sulle esigenze risultano intimamente uniti, sino a
convergere uno nell’altro.
Al
fine di cogliere il principio guida, scegliamo quel passo centrale del discorso
della montagna che rappresenta, per così dire, titolo e il contrassegno
riassuntivo delle sei grandi antitesi («È stato detto agli antichi…, ma io vi
dico...») nelle quali Gesù rielabora la seconda tavola della legge.
Il
testo suona: «Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei
farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
Questa affermazione significa innanzitutto che ogni giustizia
umana viene reputata insufficiente. Chi potrebbe onestamente gloriarsi di aver
accolto realmente e senza riserve, nel profondo della sua anima, il senso dei
singoli precetti e di averli adempiuti integralmente in tutta la loro
profondità, o addirittura di averli tradotti in pratica in maniera
“sovrabbondante”? Nella
chiesa esiste sì uno “stato di perfezione”, nel quale ci si impegna ad andar
oltre ciò che viene comandato, a una sovrabbondanza. Ma coloro che vi
appartengono saranno gli ultimi a [248] negare di trovarsi continuamente a fare
i primi passi e colmi di insufficienze. Lo
“stato di perfezione' costituisce in realtà la drammatica conferma della
perenne imperfezione dell’uomo.